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Open Space Technology – Intervista a Riccardo Iorio

giugno 2, 2011

Cosa ti ha spinto a fare questo genere di esperienza in Sardegna?

Inizialmente mi avvicinai all’Open Space Technology come co-organizzatore e vidi la potenzialità  di questo metodo. Poco dopo venni a sapere dell’Open Space Learning Exchange con persone di tutta Europa e di tutto il mondo.
La location è stata Cagliari, ed il meeting era composto da persone che già  avevo sentito nominare, in quanto lavorano da tempo e hanno una grande esperienza nell’Open Space.

Era presente anche Harrison Owen, il papà  dell’Open Space, fu lui che constatò che il coffe-break durante conferenze e seminari era la parte più interessante, poichè le persone, durante la pausa, hanno la possibilità di esprimere le loro opinioni personali e potersi confrontare in maniera informale, traendone nuove idee, per cui, perchè non rendere tutto un coffe break?

Hai avuto modo di parlare in prima persona con Owen?

Sì, abbiamo dialogato e conversato insieme ad altre persone, lui è americano, avrà una settantina d’anni e ha la tenuta definibile da “cowboy-zen” il tipico cowboy della prateria, ma anche persona molto aperta rispetto la realtà  e a ciò che il futuro può offrire.

Cosa c’è alla base dell’Open Space?

Alla base vi è lo scambio di idee, dove ognuno porta del suo, ma in particolare l’empatia che permette di andare a lavorare su ciò che veramente ti sta a cuore. Il moto principale è che essendo open, meno si struttura, meglio è!

In passato già  avevi vissuto esperienze di questo genere?

Un’altra esperienza che mi ha aperto la strada è stato l’incontro in Francia con altre sette persone dalla Germania, Grecia e Francia appunto, e si trattava di una visita di fattibilità per un seminario, dove cercavamo di progettare un incontro all’interno del quale ci fosse un Open Space. In questi quattro giorni abbiamo in realtà  fatto un Open Space, questo fu un primo approccio che già  mi fece fiutare l’efficacia di questo metodo. Da là ci rincontrammo in maniera più informale e alla fine del 2010 nasce la possibilità  di metterla in pratica durante il British Council e USR Lazio nel progetto Connetting ClassRooms. Ci mettemmo circa un mese e mezzo per decidere come applicare l’Open Space. Da là è diventata una necessità quella di saperne di più, sia a livello personale che di utilizzo in associazione

Cambieresti alcuni aspetti nell’organizzazione di questa nuova metodologia?

Sono partito pensando che l’Open Space fosse una metodologia troppo “pura”, essendo Technology ha passaggi fondamentali da rispettare, invece ora son convinto che quel tipo di metodo funzioni, e credo che quest’attività funzioni sempre se realizzata nel contesto giusto.

La tua esperienza di facilitazione, può essere definita simile alla facilitazione dell’Open Space Technology?

In realtà  il mio percorso da facilitatore mi ha portato ad arrivare a questo, ad esserne attratto e ad avere bisogno di continuare a conoscerlo e sperimentarlo, come se fosse un qualcosa che cercavo ma non trovavo, una chiave fondamentale. Passare del tempo insieme in un luogo per dare le risposte possibili a quella domanda e pensare che chiunque venga sia la persona giusta.

Ti ha dato degli insegnamenti a livello umano?

Si, a livello umano ho imparato che l’auto-organizzazione è il principio fondamentale e va tenuta in considerazione perchè non possiamo riorganizzare gli altri, meno organizzi, più gli altri potranno partecipare. Bisogna inoltre lasciare le porte aperte a cambiamenti andando contro il principio di iper-strutturazione di tutto.
Owen dice: “doing less being more” and “wherever you are it’s the right place”

E’ un’attività che intendi trasmettere all’interno della tua Associazione?  Se sì,  in che modo?

In associazione alcune persone già  hanno incrociato questa esperienza e sono interessate a saperne di più, in particolare mi piacerebbe coinvolgere anche il contesto locale anche ora, in questo quartiere con l’esperienza del Cinema Palazzo, spazio occupato e in questo momento attraversato da centinaia di persone, esperienze e competenze diverse, molte delle quali sono di San Lorenzo. Mi piacerebbe poter utilizzare questa opportunità  per poter far esplodere questo potenziale e riversarlo nel contesto locale, ciò è possibile attraverso l’Open Space.

Intervista di Marianna Addis

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